Il piacere del testo “La rivincita dei luoghi”
di Alfredo Imbellone

“Il piacere del testo” rubrica a cura di Stefano Cazzato
La geografia smette di coincidere con la cartina appesa in aula e diventa un modo per leggere la trama delle relazioni: economiche, sociali, ambientali, storiche. La distanza non è un dettaglio neutro, e lo “spazio” non è un contenitore: pesa sulle opportunità, orienta i flussi, amplifica o attenua divari. Una stagione segnata da incertezze, crisi, conflitti e cambiamento climatico mette questa dimensione in primo piano, perché i fenomeni più discussi – migrazioni, crescita urbana, salute, transizione energetica – prendono forma sempre dentro luoghi concreti, con risorse e vincoli specifici.
Il percorso proposto nel saggio Il potere dei luoghi comincia mettendo in discussione l’idea che la modernità renda il mondo “piatto”: riduzioni nei costi di trasporto e comunicazione possono, paradossalmente, concentrare attività e ricchezza invece di distribuirle. L’equilibrio “naturale” tra territori, affidato al movimento delle persone verso i salari migliori e le case meno care, si incrina quando entrano in gioco appartenenze, legami, identità locali, e quando a partire sono soprattutto i più formati, lasciando dietro di sé ulteriori fragilità. La scelta di dove vivere e lavorare continua a contare, e la politica economica che ignora le differenze territoriali rischia di agire come se i luoghi fossero intercambiabili.
Dentro questa cornice, prendono posto casi e microstorie: la Torino delle migrazioni interne come laboratorio di convivenza e trasformazione, i distretti industriali e le economie di agglomerazione che nascono dalla vicinanza e dalla circolazione di conoscenza, i cluster contemporanei che ripropongono (in altre forme) la stessa logica di densità e specializzazione. Le disuguaglianze territoriali vengono lette insieme alle istituzioni e alle eredità di lungo periodo: ciò che è accaduto “prima” continua a curvare ciò che è possibile “dopo”, e la storia si cala nello spazio sotto forma di infrastrutture, abitudini, capitale sociale, regole formali e informali.
In campo geografico l’osservatore non è neutro: il rapporto tra società e natura appare come una lunga contesa, oggi accelerata da consumi e produzioni che imprimono danni anche irreversibili. Il cambiamento climatico non resta sullo sfondo: interagisce con migrazioni, desertificazione, energia, e con scelte urbane che producono congestione, inquinamento e consumo di suolo. In parallelo, le città sono macchine di relazioni: la densità riduce le distanze tra individui e rende possibile specializzazione, scambio, innovazione; ma la stessa attrattività può tradursi in disuguaglianze d’accesso e in costi sociali elevati.
E, quando le risorse naturali entrano in scena, non portano automaticamente sviluppo: l’estrazione può generare conflitti, paure, promesse mancate, e la gestione dei ricavi diventa un nodo intergenerazionale, oltre che economico. In controluce, torna una domanda costante: i divari si riducono davvero spostando le persone, o serve capire che cosa rende un territorio fragile, e agire lì, con strumenti “su misura”? Ma come si costruiscono politiche capaci di tenere insieme efficienza e coesione? E quali scelte, oggi, evitano che la geografia diventi destino?
Marco Percoco è professore associato di Economia all’Università Bocconi e ha fondato e diretto il Center for research on Geography, Resources, Environment, Energy and Networks (GREEN); la sua ricerca incrocia infrastrutture, mobilità sostenibile e transizione energetica.
Il volume sceglie una forma divulgativa: procede come un lungo discorso, senza l’apparato continuo di note e rimandi, rinviando a una bibliografia essenziale in chiusura, capitolo per capitolo. Questa impostazione facilita la leggibilità: l’argomentazione resta ancorata a esempi, scene, luoghi (dalla montagna alle metropoli), e la teoria entra come strumento interpretativo più che come dimostrazione accademica. Nello stesso movimento, il testo mette in dialogo – spesso per contrasto – prospettive note del dibattito pubblico e dell’economia contemporanea: l’immagine del “mondo piatto” e la previsione opposta, legata alle dinamiche di concentrazione e polarizzazione.
La collocazione nel dibattito è chiara: contro le politiche space-blind (letteralmente “cieche allo spazio”), applicate in modo indifferenziato, viene valorizzata l’idea di interventi place-based (letteralmente “basati sullo spazio”), capaci di partire dalle caratteristiche locali; la Politica di coesione europea è indicata come esempio positivo di questa logica. Ne risulta un saggio che può parlare a lettori non specialisti interessati a città, disuguaglianze, ambiente e scelte pubbliche, ma anche a chi lavora (o studia) tra economia, scienze sociali e pianificazione.
La geografia è un elemento chiave per comprendere evoluzione sociale ed economica anche nell’epoca della digitalizzazione, e per avvicinarci all’argomento può servire ricorrere a storie emblematiche per rendere concreti nodi come migrazioni, salute, ambiente, risorse e infrastrutture. In questo quadro, l’efficacia del libro coincide con la sua capacità di far intuire, con esempi ben scelti, che il territorio non è sfondo ma agente, e che “governare” un luogo significa gestire risorse attivabili – umane, naturali, istituzionali – senza ridurre tutto al solo conteggio dei posti di lavoro.

Marco Percoco, Il potere dei luoghi, La rivincita della geografia per capire la società – Egea, 2025, pp. 144, € 16
