Il piacere del testo: “Scienza della risata”
di Alfredo Imbellone

Rubrica Il piacere del testo a cura di Stefano Cazzato
Nel suo saggio Il cervello che ride. Neuroscienze dell’umorismo, pubblicato da Carocci nel 2025, Mirella Manfredi affronta un tema tanto affascinante quanto trascurato dagli studi scientifici: l’umorismo come fenomeno neurocognitivo. In 112 pagine il libro condensa una significativa quantità di ricerche, esperimenti e riflessioni, riuscendo nell’intento di coniugare rigore scientifico e chiarezza divulgativa. Il risultato è un testo godibile e stimolante, che guida il lettore in un viaggio all’interno dei meccanismi cerebrali della risata e delle sue molteplici declinazioni.
L’autrice, professoressa di Neurodiversità e cognizione all’Università di Zurigo, dirige un gruppo di ricerca dedicato proprio allo studio dell’umorismo e delle sue relazioni con le diverse forme di neurodivergenza. Fin dalle prime pagine, si percepisce l’urgenza di indagare una facoltà umana tanto universale quanto sfuggente: perché ridiamo? Che cosa rende qualcosa “divertente”? E soprattutto: che cosa accade nel nostro cervello quando ci lasciamo andare a una risata? Domande antiche, certo, ma oggi rese affrontabili in modo empirico grazie alle tecnologie di neuroimaging, che permettono di osservare l’attività cerebrale in tempo reale.
L’esperienza umoristica, secondo Manfredi, si fonda su un processo cognitivo complesso in tre fasi: l’individuazione di un’incongruenza, la sua risoluzione e, infine, la risposta emotiva di gratificazione. La dinamica è ben esemplificata da una serie di barzellette e aneddoti: la battuta non solo sorprende, ma implica una micro-sfida logica che, una volta risolta, produce piacere, un piacere che è tanto più intenso quanto più articolato è il meccanismo che lo sottende. Ne consegue che il senso dell’umorismo è strettamente connesso alle capacità cognitive superiori, al pensiero laterale e alla creatività: chi ride è, in un certo senso, anche chi pensa meglio.
Un’attenzione particolare è dedicata ai substrati neurobiologici dell’umorismo. Studi con risonanza magnetica funzionale (fRM) hanno identificato un vero e proprio “network umoristico”, che coinvolge aree come il giro mediale temporale (per l’incongruenza), il polo temporale (per l’elaborazione semantica), l’area frontale inferiore (per la risoluzione) e il sistema limbico, responsabile della gratificazione emotiva. Le differenze di genere, età, personalità e contesto culturale incidono profondamente sulla percezione dell’umorismo, così come il tipo stesso di comicità – dall’ironia all’autoironia, dall’umorismo sessuale a quello affiliativo o distruttivo.
Uno dei capitoli più riusciti riguarda la dimensione evolutiva e sociale della risata. Lungi dall’essere una prerogativa esclusiva dell’uomo, essa è stata osservata anche in primati, delfini e persino roditori, a riprova del suo valore adattivo. Ridere rafforza i legami sociali, stimola l’empatia e la cooperazione, favorisce la fiducia reciproca. In contesti di vulnerabilità estrema l’umorismo si è rivelato un potente strumento di resilienza. Non è un caso che la cosiddetta “rivalutazione umoristica” – ovvero la capacità di reinterpretare in chiave leggera eventi negativi – sia oggi riconosciuta anche in ambito terapeutico come strategia di coping.
L’umorismo, inoltre, riveste un ruolo chiave nelle relazioni affettive. È noto, ad esempio, che le donne tendano a preferire partner che le fanno ridere, mentre gli uomini apprezzano le donne che sanno cogliere le battute. Questa asimmetria, lungi dall’essere meramente aneddotica, ha radici neurocognitive ed evolutive: la capacità di far ridere, perché associata a intelligenza e creatività, si rivela un indicatore affidabile di “buoni geni” e quindi di potenziale riproduttivo. Tuttavia, Manfredi non manca di evidenziare i limiti di questo schema, sottolineando quanto sia influenzato da stereotipi culturali.
Non manca un’analisi del lato oscuro dell’umorismo: quello aggressivo, denigratorio, usato per escludere, ferire, umiliare. È il caso del bullismo, del politicamente scorretto esasperato, delle tifoserie violente. A questo si contrappone l’umorismo affiliativo, che unisce e protegge, ed è l’unico che – secondo le ricerche – migliora davvero la qualità delle relazioni.
Nel complesso, Il cervello che ride si distingue per la sua capacità di esplorare in modo trasversale un tema multidimensionale, senza mai rinunciare alla profondità teorica. L’equilibrio tra esposizione divulgativa e fondamento scientifico è esemplare, così come l’attenzione al dato empirico unita a un’inclinazione arguta, a tratti persino giocosa. Il tono è leggero, ma mai superficiale, e l’ironia è praticata con misura, come a dimostrare performativamente il potere cognitivo dell’umorismo di qualità.
Mirella Manfredi firma così un saggio che è insieme introduzione scientifica, esercizio di pensiero critico e manifesto etico: perché ridere, ci ricorda, non è mai un atto neutro. È un gesto che dice qualcosa di noi, delle nostre intelligenze e delle nostre relazioni. E se è vero che, come sosteneva Nietzsche, «l’uomo soffre così profondamente che ha dovuto inventare il riso», forse è proprio nel sorriso che si cela, ancora oggi, il nostro più autentico istinto di sopravvivenza.

Mirella Manfredi, Il cervello che ride, Neuroscienze dell’umorismo, Carocci, 2025, pp. 112, € 13
