17 Gennaio 2026
la testimonianza. Sono venezuelana in esilio di Bianca Martorelli

Sono venezuelana in esilio

di Bianca MARTORELLI

Sono venezuelana in esilio e non me ne sono andata per capriccio. Me ne sono andata perché restare significava accettare che vivere non fosse più un diritto. Me ne sono andata perché in Venezuela la paura è diventata abitudine e la speranza è stata punita. Ho vissuto in un Paese in cui lo Stato stesso si è rivoltato contro la sua gente, dove chiedere libertà significava rischiare la vita. Non è un racconto esagerato né politico, è una verità documentata: in Venezuela sono stati commessi crimini contro l’umanità.

Ho visto studenti morire nelle strade per aver protestato, ho visto giovani perseguitati, arrestati, torturati solo per aver pensato in modo diverso. Ho visto come le forze di sicurezza usavano la violenza come messaggio, come il terrore diventava politica pubblica. Ho visto carceri piene di innocenti, madri in attesa di notizie che non sono mai arrivate, famiglie distrutte dalle sparizioni forzate. Chi alzava la voce veniva messo a tacere, chi si lamentava veniva incarcerato, e molti non sono tornati vivi.

Ho visto come la fame è diventata un’arma. La moneta ha perso ogni valore, lo stipendio di una persona è arrivato a valere appena due dollari al mese. Con questo pretendevano che una famiglia sopravvivesse. Ho visto bambini mangiare dalla spazzatura, anziani svenire in file interminabili, adulti perdere peso fino a scomparire dentro i propri vestiti. Il potere si burlava dei corpi magri per la fame mentre il popolo si consumava lentamente.

Non c’erano medicine, non c’erano cure di base, non c’era insulina. Amiche sono morte per malattie che in qualsiasi altro Paese sono curabili. Gli ospedali sono collassati e poi si sono spenti. I blackout duravano giorni interi, cinque giorni senza elettricità in tutto il Paese. Persone collegate a macchine hanno smesso di respirare, bambini in incubatrice hanno chiuso gli occhi nel buio. Nessuno ha risposto. Nessuno è stato responsabile. La vita ha smesso di contare.

Le elezioni hanno smesso di essere una speranza. I voti sono stati manipolati, i risultati alterati, i candidati inabilitati. Abbiamo cercato di cambiare le cose in pace, per via democratica, ma la verità è stata sequestrata come la giustizia. Protestare è diventato un reato. Le detenzioni arbitrarie si sono moltiplicate. La tortura è stata usata per spezzare corpi e volontà.

Il governo ha sequestrato aziende che non condividevano la sua ideologia, ha distrutto posti di lavoro e lasciato migliaia senza sostentamento. A molti giovani è stata bloccata l’identità per impedire loro di ottenere documenti, per non permettere loro di avere un passaporto e fuggire da quell’inferno. Negli ospedali venivano rubati neonati, c’è stato traffico di bambini, traffico di donne per la prostituzione, giovani sequestrati per il traffico di organi. Per strada ti potevano uccidere per un paio di scarpe. L’impunità era totale.

Mancava l’acqua, mancava il gas, mancava l’elettricità. Dovevamo razionare tutto, decidere cosa lavare, cosa cucinare, cosa fosse più importante quel giorno. Ottenere cibo o gas era un’odissea. E intanto il mondo chiedeva del petrolio, ma quale denaro? Non lo abbiamo mai visto. Quella ricchezza non è mai arrivata al popolo, abbiamo visto solo corruzione, saccheggio e miseria.

Siamo scesi in strada a mani vuote e con il cuore pieno di speranza, e l’unica cosa che abbiamo visto è stato il sangue dei nostri giovani: figli, fratelli, cugini, amici. Molti genitori sono morti d’infarto per tanta angoscia, per tanto orrore. Così ho perso mio padre. Così ne abbiamo persi tanti.

Più di sette milioni di venezuelani sono stati costretti a fuggire. Non è stata migrazione, è stato esilio. Medici, infermieri, avvocati, insegnanti, professionisti di ogni tipo oggi puliscono pavimenti o fanno qualsiasi lavoro in terre straniere per sopravvivere e aiutare i propri cari. Molti sono morti lontano, molti hanno visto morire i loro familiari in Venezuela senza poterli salutare. Sono nati bambini che non conoscono i loro nonni. Così si è spezzata il Venezuela.

Abbiamo chiesto aiuto all’ONU. Abbiamo chiesto aiuto al mondo. Il silenzio è stata la risposta. Abbiamo provato tutto: votare, protestare, resistere in pace. Ma un regime armato non si rovescia con i voti né con le parole quando risponde con le armi, e noi non le avevamo. Siamo un popolo pacifico.

Oggi ogni venezuelano porta un dolore profondo nel petto, una ferita che non si vede ma pesa. Ma portiamo anche la certezza di non aver fallito, di aver fatto tutto ciò che era nelle nostre possibilità. Siamo sopravvissuti. Abbiamo resistito. E anche se ci hanno spezzato il Paese, non sono riusciti a spezzarci l’anima.

Oggi, dall’esilio, con la memoria intatta e il cuore segnato, posso solo dire: grazie Dio per la vita, per la forza e per l’opportunità di andare avanti. Perché dopo tanta sofferenza, oggi siamo liberi.

Siamo liberi e ce lo meritiamo.

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