L’Icona del Tempo Presente La prima grande mostra dedicata a Papa Leone XIV
Francesco Guadagnuolo:«Nel volto di Leone XIV ho cercato la luce del nostro tempo»

La sera dell’inaugurazione, la Chiesa di Santa Maria del Carmine di Pavia si è offerta come un respiro antico. Le sue ombre gotiche, distese come veli di memoria, avvolgevano il pubblico in un silenzio che non chiedeva spiegazioni: era un silenzio che accoglieva, che custodiva. Le candele, tremule come voci appena nate, lasciavano scorrere una luce che sembrava venire da lontano, da un luogo dove il tempo non corre ma si posa. In quel chiarore sospeso, la prima iconografia al mondo dedicata a Papa Leone XIV, creata dal Maestro Francesco Guadagnuolo, è emersa come un canto che sale piano, come un’immagine che non si mostra ma si rivela.
La mostra, voluta dalla Diocesi di Pavia su iniziativa di Mons. Daniele Baldi, Vicario Generale, nasce nel tempo conclusivo del Giubileo della Speranza celebrato a Pavia, chiusosi il 28 dicembre 2025, e sarà visitabile fino al 12 febbraio 2026. E così, mentre il Giubileo della Speranza si chiude, un’altra porta si apre: una porta che conduce verso un mondo in cui l’arte non è ornamento ma rivelazione, in cui la spiritualità non è distanza ma presenza, in cui la tecnologia non è minaccia ma possibilità.


È un invito a ritrovare la lentezza dello sguardo, a lasciarsi attraversare da un’immagine che non chiede di essere consumata, ma abitata. In un tempo che scorre veloce, queste opere chiedono di fermarsi, di ascoltare, di lasciarsi toccare da una luce che non abbaglia ma illumina dall’interno.
Il Maestro Guadagnuolo, voce sensibile del Transrealismo Italiano, ha iniziato questo viaggio subito dopo l’elezione di Papa Leone XIV. Dal primo ritratto, nato come un’intuizione che sfiora l’alba, è germogliato un ciclo di sedici opere che attraversano i primi mesi del pontificato come un cammino interiore. Sono tele che raccolgono il peso delle sfide del mondo e, insieme, il loro controcanto di speranza: bagliori che resistono, come stelle che non temono il buio. E in questo tempo di chiusura e di rinascita, il loro canto sembra farsi ancora più chiaro, più necessario, più umano.

Abbiamo incontrato Guadagnuolo tra le sue opere, mentre la luce del Carmine si rifletteva sulle superfici delle opere pittoriche – collage che compongono il ciclo Leone XIV e l’Alba Digitale.
Maestro Guadagnuolo, la mostra è stata inaugurata con grande partecipazione. Che cosa ha significato per lei presentare qui, al Carmine, la prima iconografia di Papa Leone XIV?
Guadagnuolo: «È stato emozionante. Il Carmine è un luogo che custodisce memoria e spiritualità, ma anche un senso di apertura. Presentare qui la prima iconografia di Leone XIV significa collocare il nuovo Pontefice in un dialogo con la storia, ma anche con il presente. Il pubblico ha percepito questa tensione: fra tradizione e contemporaneità, tra sacro e digitale».
Le sue opere interpretano i primi otto mesi di pontificato con un linguaggio visivo molto contemporaneo. Da dove nasce questa scelta?
Guadagnuolo: «Viviamo in un mondo in cui la luce che ci circonda non è più solo quella naturale o quella delle lampade: è la luce degli schermi, dei dispositivi, delle reti. Il volto umano oggi è continuamente catturato, archiviato, trasformato in dato. Ho voluto che questa condizione entrasse nel ritratto del Papa. Non per snaturarlo, ma per restituirlo al nostro tempo. La mia iconografia non cerca l’aura dorata delle icone né il dramma del barocco: cerca la vibrazione del digitale, che è la vibrazione della nostra epoca».
Il volto di Leone XIV, nelle sue opere, sembra emergere da una trama luminosa che ricorda i pixel. Eppure rimane profondamente umano. Come ha trovato questo equilibrio?
Guadagnuolo: «Ho cercato un volto che non fosse distante. Leone XIV è un uomo che parla con semplicità, che invita più che imporsi. La luce digitale che lo attraversa non vuole trasformarlo in un’icona replicabile, ma rivelarne la complessità. È come se la luce venisse da dentro, non da fuori. In un mondo frammentato, il volto del Papa diventa un punto fermo, un orientamento».
Il digitale, nelle sue opere, non appare come una minaccia. Anzi, sembra diventare un linguaggio spirituale.
Guadagnuolo: «Il digitale è il nostro ambiente. Non possiamo più considerarlo un semplice strumento. Nelle mie opere diventa una trama che collega, che unisce. Il volto del Papa immerso in questa luce non è un volto smarrito: è un volto che dialoga con il mondo contemporaneo. La tecnologia può oscurare, certo, ma può anche illuminare. Dipende da come la attraversiamo».
In occasione della chiusura del Giubileo della Speranza a Pavia, come dialogano le opere del nuovo Papa con il tema della mostra a lui dedicata?
Guadagnuolo: «La speranza è uno sguardo. È la capacità di vedere oltre la superficie. In un’epoca in cui il volto rischia di essere ridotto a dato biometrico, io ho voluto restituirgli profondità. Il volto di Leone XIV diventa simbolo di un’umanità che cerca orientamento, che non rinuncia alla relazione. Se c’è un messaggio di speranza, è proprio questo: il volto continua a parlare, anche nell’era digitale».
Che cosa desidera che il visitatore porti con sé dopo aver visto la mostra?
Guadagnuolo: «Vorrei che uscisse con uno sguardo più attento. Che si accorgesse che, dietro ogni immagine, c’è una presenza. Il volto del Papa è un pretesto per parlare del volto di tutti noi. Se il visitatore sentirà di aver incontrato non solo un’immagine, ma un’umanità, allora la mostra avrà compiuto il suo percorso».
