il ricordo
Agostino, sindaco galantuomo

PASQUALE SCALDAFERRI
La scomparsa di Vincenzo Agostino lascia un vuoto incolmabile in tutta la comunità di Vibonati e dell’intero golfo di Policastro.
Ci conoscevamo da molti lustri e non solo per le comuni origini vibonatesi, bensì per quello strano, imperscrutabile mistero in cui le strade sovente si incrociano attraverso temi e argomenti di interesse reciproco, enucleando analisi, dibattiti, nuovi sviluppi di contenuti e prospettive, proiettandoci sempre alla ricerca dell’essenza esistenziale.
Vincenzo era un uomo sobrio, ancorato a sani valori, mai proteso verso l’effimero o il vacuo protagonismo di coloro capaci esclusivamente di personificare l’egocentrismo velleitario di quanti si montano la testa, proprio perché non ce l’hanno.

Ci accomunava la medesima passione per la politica e il calcio, ma soprattutto l’amore viscerale per la nostra amata terra.
Quell’amore che si alimenta dal profondo del cuore, esplora sin negli abissi dell’animo e si perpetua nei meandri degli asperrimi sentieri di questo percorso terreno, approdando al traguardo intricato e complesso della vita.
Amava l’essenziale, alieno da falsa esteriorità, giammai poneva le relazioni in modo asimmetrico -anche quando ha ricoperto la massima carica di amministratore di Vibonati – rispettando persone, compiti e funzioni, incarnando il ruolo di Sindaco come puro servizio verso la collettività, in un confronto alla pari, basato su eguaglianza e ascolto, in cui gli interlocutori si riconoscevano alla stessa altezza.
Quando nella stagione della spensieratezza che fa rima con giovinezza, consumavo con avidità il frugale pasto domenicale per scappare al campo Italia di Sapri (poi ribattezzato Matteo Covone, mentore calcistico di Vincenzo), già assaporavo le giornate entusiasmanti, al di là del risultato finale, che avrebbe regalato Vincenzo – e non solo lui – a me e alla moltitudine di tifosi, provenienti in massa anche da Basilicata e Calabria.
Gli avevo scritto la prima volta su whatsapp, a seguito della dipartita del caro fratello Domenico, evocando – non sottraendomi ad emozionanti memorie – il talento calcistico di entrambi.
Con la consueta mitezza mista a malcelata commozione, mi aveva ringraziato, esternando altresì quella vivida e copiosa manifestazione di approvazione per le mie parole in quella mesta circostanza, ma anche per il diuturno impegno profuso nella promozione del nostro amato comprensorio. Ignaro di quanto mi potessi schermire davanti a una serie di lodi sperticate (ancorché sincere e disinteressate) che reiterava ogni volta che ci incontravamo all’edicola della stazione ferroviaria di Sapri, presso cui si recava per acquistare il giornale, ripromettendosi – ad onta del mefitico che si era insinuato nel suo organismo – che ci saremmo dovuti vedere per una serena serata in pizzeria.
La moglie Gabriella e i figli Pierpaolo e Marianna, nel momento del commiato intriso di tristezza e malinconia, raccolgano con gioia e orgoglio la sua grande eredità morale, lasciandosi cullare dai ricordi: l’istantanea del sindaco galantuomo, mano nella mano con l’adorata Gabriella, o l’attenzione da padre premuroso, autentica guida lungo l’itinerario della vita, ancora oggi rappresentano l’affresco di un’esistenza esemplare, sempre a custodia e protezione dei propri cari da insidie e scabrosità quotidiane.
Mentre il cammino della Vita senza fine è appena iniziato, lo immaginiamo già in campo, pronto a disegnare arabeschi e parabole per il fratello Domenico, rendendo dolce e avvincente il campionato di calcio in Paradiso, sulle note di una musica melodiosa: il coro di giubilo degli angeli.
