17 Gennaio 2026
L'Angolo della Poesia Nel vento che mi porta

di Bianca Martorelli

Sono nata nel sole di un Venezuela sereno,
dove la casa era calda
e la famiglia un abbraccio che sembrava eterno.
Poi la terra tremò sotto i miei piedi
e, tra fame e silenzi,
la crisi si portò via anche mio padre.
Rimanemmo nudi di certezze,
mia madre, mio fratello ed io,
come foglie nel vento della paura.

Cercavo un rifugio,
una famiglia che somigliasse ai miei sogni,
e credetti in un amore straniero,
una promessa di protezione.
Ma dietro quel sorriso
c’era l’ombra di un narcisista
che il dolore vestiva da destino.

Il mio ventre sognava un bambino
e quando ormai non speravo più,
la vita bussò dentro di me —
fragile, minacciata, preziosa.
Per lui ho sacrificato tutto:
la mia libertà, il mio orgoglio, la mia voce.

Così, incinta, lasciai il mio Venezuela ferito
e volai verso il Libano,
terra lontana e sconosciuta,
dove speravo di trovare pace e stabilità.
E lì, tra il rumore di una cultura che non era la mia,
mio figlio venne alla luce:
il dono più grande,
la ragione del mio respiro.

Ma quella terra, che credevo rifugio,
si trasformò nella mia prigione.
Sono rimasta in una casa che era prigione,
in un paese duro,
dove il silenzio valeva più di una donna.
Dietro porte chiuse
diventai silenzio,
ombra,
proprietà.
Il suo volto cambiò,
la libertà mi fu tolta
e la paura divenne compagna quotidiana.

Resistetti per mio figlio,
per non lasciarlo solo,
perché il cuore di una madre
non conosce resa.

Poi venne la guerra,
che distruggeva la terra
ma apriva spiragli nel cielo:
l’unica via verso l’Italia,
terra dei miei nonni,
l’unico luogo dove speravo
di trovare legge, pace e giustizia.

E con il mio bimbo stretto al petto
sono fuggita senza voltarmi,
portando valigie leggere
e un cuore pesante come una vita intera.
Attraversai l’aeroporto
come chi cammina in un mare di fuoco,
e quando ho posato il piede su Roma
ho respirato la libertà
nel profumo semplice della pizza,
nel vento che non urlava più.

Non avevo nulla,
né lingua, né casa, né futuro —
ma avevo mio figlio.
E questo bastava.

Oggi lavoro senza sosta,
rifaccio la mia strada da zero,
mi alzo ogni giorno con la forza
che solo una madre conosce.
Perché noi donne
sappiamo rinascere anche dalle rovine,
sappiamo cucire la pelle del mondo
con la pazienza del cuore,
sappiamo proteggere i figli
anche quando il mondo crolla.

E quando guardo il sorriso di mio figlio,
capisco che ogni sacrificio
ha il sapore della vittoria.
È stato un passo verso la luce.

Sono la mia storia,
la mia fuga,
la mia vittoria.
Sono la donna che non è stata spezzata.
E Dio, nel vento che mi accompagna,
continua a sussurrarmi:
“Tu sei fatta di forza.
Tu sei fatta di luce.”

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