22 Luglio 2026
Gionata de Vico, Dardano e l’Albero della Vita

Gionata de Vico, Dardano e l’Albero della Vita

CARLA MAURANO*

Ho conosciuto Gionata De Vico nella sala riunioni della Biblioteca Statale di Montevergine. Quello che ricordo di quel primo incontro è che aveva chiesto di visionare una rara copia del Mattioli, testo sacro della medicina del Cinquecento che peraltro lui ben conosceva e che teneva tra le mani l’antico libro sfogliandolo non con il piglio asettico del semplice uomo di scienza, ma piuttosto con la curiosità, il rispetto e, se non è dir troppo, con l’affetto dell’uomo di cultura.

Col tempo, ho imparato che il prof. De Vico “uomo di cultura” lo è davvero, che se si nomina Ibn al -Baitar lui è sempre pronto ad aggiungere altri nomi di medici filosofi orientali, e che, soprattutto, il professore, direttore del dipartimento di Biologia della Università Federico II di Napoli, ha una grande passione per il Medioevo e per la grande tradizione monastica della medicina.

Per questo motivo, quando un giorno mi ha parlato del fatto che aveva scritto un libro che aveva come protagonista un monaco medico medievale -e che lo avrei io presentato nella cornice dell’Abbazia Benedettina del Loreto a Montevergine- non mi sono stupita più di tanto, pensando che al massimo mi sarebbe toccato leggere un manuale un po’ noioso. Mai avrei immaginato che quello che si è da subito rivelato come un raffinato ed intrigante romanzo storico mi avrebbe letteralmente conquistata e che avrei imbastito una amicizia impossibile, che purtroppo mai saprò se corrisposta, con il giovane monaco Dardano e con il suo dotto maestro.

L’artificio narrativo utilizzato da Gionata De Vico è quello della casuale scoperta di un “diario” custodito all’interno del sarcofago di un monaco e tornato alla luce durante una campagna di scavo archeologico medievale.

Il professore universitario a capo della ricerca che ne è venuto in possesso viene letteralmente proiettato (e con lui viene proiettato il lettore) nell’anno mille e nella vita di Dardano, giovane monaco medico erede e custode dei segreti delle piante, strumento di cura e di guarigione, spirito autentico e generoso che ha compreso l’importanza dei valori dell’umanità nell’affiancamento del malato e che è anche consapevole dei delicati equilibri del suo mondo.

Il racconto si dipana tra lo studio del professore archeologo e l’antica abbazia medievale e profuma del caffè di Rafè -il bidello della facoltà- e delle tisane preparate da Dardano.

Ma ben oltre questo, qui emerge il puntiglio dello scrittore uomo di scienza, vengono dettagliati i luoghi reali della narrazione, l’antica abbazia nella Contea Longobarda di Capua nell’anno mille, vengono riportati in appendice i testi in cui compare il nome di Dardano, vengono descritte le piante citate nel racconto ed il loro uso tradizionale.

E infine compare un messaggio, un po’ alla vecchia maniera, una “morale”, che è quella veicolata tramite l’amico un po’ naif dell’archeologo: la necessità, per noi contemporanei, del rispetto per la Natura e per la biodiversità, fonti preziose di un ben-essere da tutelare e rivalutare.

Il racconto finisce troppo presto. Per me -e immagino per chiunque lo legga e diventi amico di Dardano- resta il desiderio di ritrovarlo, questo giovane monaco dalla sapienza antica e dal gran cuore, sapere come è andata avanti la sua storia, di quali segreti è venuto ancora a conoscenza, di come è riuscito, tramite l’immagine simbolica dell’Albero della Vita, a cambiare tanti destini.

Confesso, io lo vorrei incontrare di nuovo, Dardano, con lui il suo vecchio maestro, le loro storie che non vedo l’ora di leggere. Magari con davanti l’impagabile caffè di Rafè.

Il libro Dardano e l’Albero della Vita sarà presentato venerdì 5 dicembre alle ore 17.00 presso l’Abbazia Benedettina del Loreto a Mercogliano (Avellino).


*Presidente Associazione Identità Mediterranee

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