Il piacere del testo: “Lampedusa: isola-mondo”
di Alfredo Imbellone

rubrica a cura di Stefano Cazzato
Con “Lampedusa. Una storia mediterranea” Dionigi Albera, antropologo e direttore di ricerca emerito del CNRS all’Università di Aix-Marsiglia, si propone di decostruire la percezione contemporanea di simbolo universale della tragedia migratoria, per restituirle una storia complessa e poco nota, quella di un crocevia mediterraneo dove per secoli hanno prevalso l’accoglienza, la tolleranza e lo scambio pacifico tra culture. Albera ripercorre le vicende dell’isola dal Medioevo ai giorni nostri, intrecciando abilmente passato e presente in un itinerario ricco di sorprese e popolato da figure disparate: marinai e crociati, eremiti e corsari, schiavi fuggiaschi e commercianti, poeti, filosofi illuministi e principi gattopardiani.
Il libro si sviluppa come un “portolano rovesciato”, per usare un’espressione marinara, cioè un manuale di navigazione sovvertito, che si concentra non sulla navigazione da un punto all’altro del Mediterraneo, ma su un unico luogo, Lampedusa appunto, per esplorarne l’ancoraggio simbolico, l’irradiazione culturale e la forza centripeta che ne ha caratterizzato la presenza nell’immaginario collettivo. Questa piccola isola, geologicamente parte dell’Africa e politicamente italiana, è stata per secoli un’eterotopia, un luogo reale che trascende la sua materialità per divenire specchio delle contraddizioni e delle aspettative delle società che vi si sono affacciate. Emerge così un’identità storica fatta di incontri, di scambi, di sospensioni delle ostilità in un mare troppo spesso segnato da conflitti.
Una grotta-santuario ricavata a Lampedusa a partire almeno dal XVI secolo ha ospitato un culto condiviso tra cristiani e musulmani. Metà dello spazio era dedicato a un’immagine della Vergine, l’altra metà alla tomba di un marabutto, un asceta musulmano. I marinai di ogni fede che approdavano sull’isola alla ricerca di acqua, legna o cibo vi depositavano offerte votive – monete, cibo, vestiario, oggetti preziosi – destinate a garantire la sopravvivenza di naufraghi e schiavi fuggiaschi, a prescindere dalla loro religione. Questo sistema di solidarietà spontaneo e autogestito, vigilato dalla potenza soprannaturale e vendicativa della Vergine, trasformò Lampedusa in una zona di tregua informale ratificata da forze soprannaturali, dove l’antagonismo lasciava spazio alla convivenza e alla mescolanza. Albera rintraccia con pazienza le testimonianze di questo “miracolo” laico, seguendo la fama della Madonna di Lampedusa da Genova al Brasile, dove confraternite di schiavi liberati ne perpetuavano il culto.
Lampedusa compare e scompare dalla grande Storia: l’isola è presente nell’”Orlando furioso” di Ariosto, dove è teatro dello scontro epico tra Franchi e Saraceni e della conversione dell’eroe Ruggiero dopo un naufragio; affiora in un’incisione su legno conservata a Greenwich che alcuni associano alla “Tempesta” di Shakespeare; irrompe nei salotti parigini del Settecento grazie a Diderot, che ne fa il simbolo di un utopico esperimento di convivenza felice e laica ne “Il figlio naturale”, e nell’opera incompiuta di Rousseau “Emilio e Sofia o i solitari”, dove l’eremita dell’isola rappresenta un punto di equilibrio tra stato di natura e contratto sociale. In questo modo, Lampedusa diventa per gli illuministi un potente simbolo di apertura religiosa e di tolleranza, un faro di possibilità nel Mediterraneo.
Questo mito di un’isola “di tutti” si assopisce con la colonizzazione borbonica a metà Ottocento. L’acquisto dell’isola da parte di Ferdinando II nel 1843, l’insediamento di coloni e di un presidio militare, la soppressione del culto condiviso e la trasformazione del santuario in luogo esclusivamente cristiano dedicato alla Madonna di Porto Salvo segnano la fine di un’epoca. Lampedusa diventa un avamposto militare, un luogo di confino, la sua terra viene spogliata dalle risorse e assume l’aspetto desertico di oggi. È solo con il boom turistico e, successivamente, con l’esplosione del fenomeno migratorio a partire dagli anni Novanta del XX secolo che l’isola riconquista una centralità tragica e conflittuale. Il libro si conclude con una severa e appassionata postfazione all’edizione italiana, datata settembre 2024, in cui l’autore denuncia la barbarie delle politiche di respingimento e l’indifferenza verso i naufragi.
Albera non indulge in facili schematismi tra “isola dell’accoglienza” e “isola-confine”. Pur riconoscendo la gravità delle attuali politiche migratorie europee e la trasformazione dell’isola in un centro di controllo, accoglienza e detenzione, individua nei gesti di solidarietà dal basso – di volontari, residenti, attivisti – i semi di una rinnovata umanità della frontiera. La lunga storia di Lampedusa, con il suo retaggio di luogo di contatto e di scambio, diventa così una lente attraverso cui interrogare il presente e immaginare un futuro diverso, dove il Mediterraneo possa tornare a essere uno spazio di mescolanza e non una barriera impenetrabile, trasformata troppo spesso in fossa comune.

Dionigi Albera, Lampedusa, Una storia mediterranea, Carocci, 2025, pp. 248, 19 €
