Triste gioventù
Macerie e bullismo

PINA CIMMINO
Caro Paolo,
che bel visino intelligente e simpatico hai (scusa, dire “avevi”, proprio non mi riesce). Per te sono una perfetta sconosciuta, come tu lo eri per me, finora, ma la tua storia e il tragico epilogo con cui hai deciso di interromperla mi bruciano dentro.


Per me ogni ragazzo è figlio mio, anche se io figli non ne ho. Figlio mio -permettimi di dirlo, mentre chiedo scusa anche ai tuoi genitori per l’uso di questa parola, che non vuole essere irriguardosa per loro e nulla vuole usurpare alla loro legittimità- non è un termine quello che uso, è un modo di sentire.
Dunque, figlio mio, tu hai preferito far violenza a te stesso, piuttosto che ai tuoi persecutori e disarmare la loro mano, che picchiava, continuamente, col martello della violenza umiliante, sul tuo corpo, sulla tua mente, sul tuo cuore. Sfogavano così l’insostenibile vacuità e noia della loro vita i tuoi aguzzìni. Che orrore, definire aguzzìni dei ragazzi, tuoi coetanei e tanto diversi da te!
Eppure, alla fine avrai pensato che se loro erano tanti e tu uno solo, con la tua fine sensibilità, col tuo dar valore e bellezza alle piccole cose e ai grandi sentimenti, la battaglia era impari. Avrai pensato che se nella vita prevale il loro cliché, la vita allora non era per te: Tu non le appartenevi ed essa non apparteneva a te.
Ti avrà preso un triste sfinimento, un’angoscia di continuare un’esistenza che non era a tua misura.

Avrai pensato che, in fondo, la morte sarebbe stata come un entrare nella tua cameretta, dove poter gestire a tuo agio pensieri, sentimenti, desideri e spazi, chiudendoti a chiave e tutti gli altri, che non avevano nulla a che fare con te, finalmente fuori. E tu, libero, leggero.
Piccolo Paolo, nel compiere quel gesto, avrai pensato di scrollarti di dosso il macigno di un giogo pesante che ti avevano imposto, quell’etichetta degradante di “perdente”, di fragile.
Magari avrai pensato che quello era l’unico modo per autoaffermarti, soprattutto se il mondo degli adulti implicitamente te ne dava ragione, non sostenendo il tuo modo di essere, ignorando la tua sensibilità e la tua sofferenza?
Piccolo Paolo, tu non lo sai, ma l’unico vincente di questa storia eri Tu.
Voglio dirlo a nome tuo ai ragazzi che vivono un’esperienza analoga e che hanno una sensibilità simile alla tua: VOI SIETE LA SPERANZA DELL’UMANITÀ!
Agli altri a quelli che in questo triste tiro alla fune, tirano il gioco dall’altra parte, dico anche a loro: figli miei, pensate che se gli avversari smettono di tirare e cadono a terra, l’improvvisa mancanza di resistenza farà precipitare a terra anche voi e capirete di aver inseguito il mito di un nulla che vi annulla.
Ciao Paolo, ti accolga il Signore fra le sue braccia.
