I preti non sono parroci a vita, ma soccorritori di comunità, obbedienti alla missione di Chiesa di Cristo

di Laura Cuozzo
Cambiano i tempi e cambiano pure i preti come fossero dipendenti di una macchina burocratica spirituale, non più parroci a vita. Ma è veramente cosi? In massa saranno trasferiti una trentina di ministranti cilentani in un interscambio parrocchiale epocale per numero che diventa esecutivo dal 1° ottobre. L’artefice di tale massivo spostamento che è solo il primo step di una piccola grande rivoluzione è sua Eccellenza Vincenzo Calvosa, da due anni appena dominus della diocesi di Vallo della Lucania. Sui social, sulle pagine di comunita’ dei curati d’ anime più seguiti dai loro followers è un susseguirsi di commenti affettuosi e sinceri; preti non si sa se traumatizzati ex abrupto o consapevoli e messi al corrente della scelta dall’ alto da parecchi giorni. Una pletora di fedeli parrocchiani che piangono il loro parroco come se stessero perdendo un braccio , una gamba, un vero amico , un confessore umano, un sindaco spirituale che no, non se ne sarebbe andato mai via se avessero messo a voti il suo trasferimento. Insomma un trauma, nella maggior parte dei casi mal digerito , ma che fa capire anche agli amministratori dei comuni, alle associazioni, ai presidenti delle pro loco quanto un prete ci voglia per far sì che un paese esista e funzioni senza scopo se non quello della condivisione di prospettive ottimistiche, di una comunità in cammino sinodale. La chiesa funziona grazie ai preti, gli ultimi nella scala gerarchica di una macchina potentissima il cui massimo ministero vocazionale è e sarà sempre l’ obbedienza. Perché hanno pensato tutti ad una punizione allora? Ad un dictat che non piace, perchè non tiene conto del parere dei fedeli. I preti insegnano davvero il radicamento affettivo. Ne sa qualcosa anche don Aniello Panzariello, il piu gettonato sui social per il magone che sta affliggendo i suoi fedelissimi, praticamente un paese intero, Novi Velia, ad esempio che non ci sta , ma deve accettare la decisione del Vescovo. Don Aniello Panzariello noto per avere attratto giovani e adulti in progetti di pratica rigenerativa di terreni asfittici posti in un territorio affetto da spopolamento, tendere la mano ai più fragili, incentivare il dialogo spirituale, accendere speranze catechistice per varie fasce d’eta’ , sovvenzionare laboratori di teatro,ispirare musical, festival, format culturali, turismo , dibattiti , ecc . deve lasciare i monti per la marina. “Se il comune non mi ascolta, la pro loco diventa una nicchia, state certi che il prete almeno che non sia di quelli senza vocazione e chiusi nell’ obbedienza formale al culto senza ascolto attivo, mi ascolterà …si’ vado dal prete, da chi altri ?” Un prete ci vuole per fare un paese.

Perché il Vescovo Calvosa allorq ha cambiato i parroci? No, non è stato un trasferimento punitivo, nè un imprinting capriccioso della sua linea innovativa e stradinamica, ma frutto in primis di una regola della CEI che ha fissato in nove anni il tempo di permanenza di un sacerdote in una parrocchia così da trovare un punto di equilibrio fra la “stabilità” prevista dal Codice di diritto canonico e l’esigenza di effettuare una rotazione. Quindi non più parroci a vita, ma funzionari a servizio di battesimi, comunioni, cresime , matrimoni e funerali, a tempo determinato come in un qualsiasi contratto impiegatizio? Ma i preti chi sono? Sono investiti di normalità o di straordinarietà carismatica? Sono missionari che operano e camminano nella Chiesa che non inizia e non finisce nelle nostre parrocchie, troppo spesso vissute e concepite come realtà a sé stanti nel quale adagiarsi comodamente , o capi amministrativi piu’ che spirituali? Anche i fedeli sono chiamati a svegliarsi a nuove sfide, a ricominciare, a visionare nuove sfaccettature del volto di Cristo nel prete entrante e cedere il loro prete amico e buon operaio a comunità più fragili e disadorne d’ iniziative che attirino quanti più fedeli possibili. Quindi una strategia di assortimento di carismi in un mutuo scambio di confronto ? Più o meno sì. Se un prete capace ha lavorato bene in comunita’ rendendola ricca e pronta a proseguire da se’ , potra’ allora nella lungimiranza del Vescovo essere mandato in una parrocchia più bisognosa. Inoltre la parrocchia non finisce con la partenza di un prete, e non finisce mai il culto di un santo, non finisce la tradizione secolare di un pellegrinaggio se va via il pastore, perché se passano i preti, passano pure le persone, ma la parrocchia no, essa rimane eterna come è eterno Cristo e comelo è la nostra anima che deve accettare il cambiamento come fonte di rinnovamento. Inoltre in chiesa si va per Gesù Cristo non per il prete e per quanto una parrocchia possa essere sfortunata ad avere un pastore chiuso , antipatico e poco incline all’ apertura dinamica perché sprovvisto di carismi di ascolto e azione, si va in chiesa perché quel prete resta lo strumento per accogliere Cristo vivo dentro di noi attraverso i sacramenti della confessione e comunione che sono tra i piu’ importanti se ci si professa cristiani.


