Focus
Sapri, il gentil sindaco che detesta il dissenso

PASQUALE SCALDAFERRI
Non ci saremmo mai aspettati che una giunta multicolor (Italia Viva, Fratelli d’Italia, riformisti sbiaditi, coriandoli di conservatorismo incartapecorita e schegge di variopinto civismo) potesse partorire una delibera-bavaglio con cui si applica la mordacchia a chiunque – operatori dell’informazione e liberi cittadini – esprime critiche sulla gestione della pubblica amministrazione.
L’atto deliberativo licenziato dal vicesindaco Congiusti, dagli assessori Madonna e Morabito (assente Cetrangolo), in cui si autorizza il sindaco di adire le vie legali contro chiunque contravvenga alla farsa del politically correct, è risibile sotto il profilo istituzionale e biasimevole per la ricaduta di immagine.
Se l’assunto del provvedimento non fosse di una gravità inaudita, andrebbe derubricato nella sfera umoristica di un colpo di sole agostano.
Ma la cifra stilistica dell’amministrazione più giovane della storia saprese, rappresenta in modo inequivocabile quanto il disegno di una città moderna, il rispetto per gli altri, il valore del dialogo e del confronto, spesso sono inversamente proporzionali all’aspetto anagrafico.
A giugno del 2022, Sapri auspicava che la vittoria schiacciante della coalizione guidata da Antonio Gentile proiettasse nuovamente la fu capitale del golfo di Policastro nel Cilento lucano a città pilota del comprensorio, preservandola dal baratro di camarille e strampalate decisioni.
La delibera da solleone è solo l’ultimo caso di un esecutivo capace di muoversi senza una rotta strategica, bensì seguendo una mappa di interventi estemporanei, piuttosto che pianificare elaborati di programmazione e sviluppo di una ridente città europea del XXI secolo.
Altresì, sul recente e gravissimo episodio delinquenziale del porto che ha visto tra i protagonisti (già attenzionato dalle forze dell’ordine per altre risse pregresse) uno tra i più fervidi animatori di quell’apoteosi elettorale di tre anni fa, la politica incarnata dal potere degli impotenti ha prontamente minimizzato, parlando di scontri tra famiglie.
La procura di Lagonegro per quel triste evento – che solo per puro miracolo non ha provocato una tragedia- ha aperto un fascicolo che nelle prossime settimane potrebbe portare a nuovi clamorosi sviluppi.
I magistrati lucani non tralasciano alcuna pista, setacciando qualsiasi dettaglio, cominciando dalla coincidenza del mancato funzionamento delle telecamere di videosorveglianza.
Anche se il delegato al settore marittimo ha cercato di respingere al mittente gli attacchi al fulmicotone di Donatella D’Agostino – vivida espressione popolare tra i banchi dell’opposizione nel civico consesso- sono molti i punti oscuri della vicenda, su cui potrebbero schiudersi inquietanti scenari.
Primo fra tutti, la vile aggressione al marito di un’altra tenace e coraggiosa consigliere di minoranza: Anna Marmo.
La farmacista, insieme con la pasionara D’Agostino, sin dal suo ingresso in consiglio comunale ha immediatamente puntato l’indice contro la gestione dell’area portuale.
Di qui l’ipotesi di azione ritorsiva nei confronti del marito, selvaggiamente picchiato.
La lente d’ingrandimento dei magistrati lucani ha messo a fuoco particolari su cui si intende squarciare il velo di reticenze.
Fuor di metafora, dal tribunale di via Napoli si cerca anche di comprendere possibili collegamenti e intrecci tra porto-story e concessioni edilizie, pubbliche e private.
La città sembra in un limbo, con cantieri perennemente aperti e mai chiusi. E dopo le roventi polemiche inerenti al maquillage di piazza Plebiscito, un altro fronte di scontro si è aperto sulla cementificazione di piazza regina Elena, un’anonima landa desolata che ha soffocato la storica agorà saprese, ribattezzata “piazza regina Margherita” – con acume e sana ironia in un raffinato elzeviro – dal giudice Ruggero Pesce, già presidente Corte d’Appello di Milano.
La cultura che un tempo pullulava e animava salotti, circoli artistici e ricreativi è stata inesorabilmente cancellata dal rachitismo di idee e proposte.
Il polo attrattivo del cine-teatro Ferrari – dopo una breve e non sempre fluida rinascita con chiara responsabilità da ricercare nel collasso operativo e nello strabismo della classe dirigente, non solo attuale – è languidamente evaporato, spegnendosi fino alla definitiva dipartita, dopo una fase di coma irreversibile.
E neppure qualche iniziativa lungimirante di personalità dell’arte, del teatro, dell’intellettualità meridionale (tra le altre l’associazione Oltre Pisacane, mirabilmente presieduta dall’avvocato-scrittore, Franco Maldonato), in grado di restituire centralità alla casa della Cultura, ha sortito gli effetti sperati, scontrandosi con la sordità e l’inoperosità della politica politicante, recalcitrante davanti all’unico lievito capace di rivitalizzare i cervelli e far rinsavire gli amministratori comunali, disorientati e distratti da altri progetti di tenue respiro.
Il bravo regista, Fabio Re, ha presentato la sua opera Tra Uomo e Mare -dedicata proprio a Sapri- in numerose città d’Italia, tranne che nella sua terra, mestamente sguarnita di siti culturali e luoghi di confronto.
Si è sempre più obnubilati da manifestazioni indigeste e ammuina notturna, spacciate per seducenti attrazioni turistiche.
Frastuono, schiamazzi e recite a soggetto che hanno spinto venti famiglie di un condominio poco distante dalla tenenza della Guardia di Finanza, a presentare un dettagliato dossier al prefetto di Salerno, Francesco Esposito, al questore Giancarlo Conticchio e all’Asl del capoluogo, per denunciare il livello di inquinamento acustico e atmosferico.
A tutto ciò, ci saremmo aspettati un intervento risoluto da parte del primo cittadino e dei suoi illuminati assessori, su situazioni emergenziali in città. E non la politica dello struzzo, addirittura seguita da un dispositivo pretestuoso che suona intimidatorio, quasi in stile Minculpop o da autentico oscurantismo di stampo sovietico.
Il progressista Gentile ricordi a sé e alla sua squadra che quando si presentò al corpo elettorale il suo mantra era rinnovamento e sviluppo.
Non abdichi al confronto civile e democratico, faccia un bagno di umiltà, ammetta lo scivolone, questo sì anche di immagine e revochi ipso facto una delibera che ha ottenuto risultati opposti alle intenzioni della sua genesi.
La calunnia, il vilipendio, l’offesa, vanno sempre perseguiti – penalmente e civilmente – ma non è certamente un atto politico a decretare la liceità della parola, il diritto di critica, la libera espressione della persona.
Non si abbassi mai la guardia contro ciarlatani e mestatori, ma l’unica arma da usare è la dialettica pura e mai capziosa, senza arrecare nocumento alla morale individuale, pubblica e all’intera società.
Ergo, si difenda l’immagine e il decoro dell’amata Sapri, con proposte e opere di qualità, giammai trincerandosi dietro vittimistiche e stucchevoli iniziative di basso profilo.
E il primo cittadino non dimentichi mai il volgare e ignobile attacco che 5 anni fa gli vomitò addosso il signor Gianluca Cantalamessa – oggi senatore per un incidente della storia – il quale lo accusò di comportamento scorretto e antidemocratico per non aver concesso l’area del lungomare di Sapri al segretario della Lega, Matteo Salvini, in occasione di un comizio elettorale inerente alle Regionali 2020: <<Ci vediamo a Sapri>> – tuonò la camiseta verde, quasi un invito a Gentile, di certo non per prendere un caffè.
Circostanza in cui si registrò la sollevazione di stampa libera, intellettuali e gente perbene, in segno di solidarietà verso il Sindaco.
Perché quel messaggio non era indirizzato solo ad Antonio Gentile, ma un subliminale ammonimento verso l’intera comunità saprese.
La disapprovazione fu unanime e molti cittadini, pure di schieramento opposto al governo in carica, condannarono l’aggressione verbale del parlamentare napoletano.
Il popolo anche allora regalò ai coevi e ai posteri un esempio di civiltà e libertà, non cedendo a pericolose provocazioni, prodromiche di nefasti rigurgiti.
La verace e libera manifestazione della critica è sempre cosa buona e giusta, contro l’omologazione delle idee.
La globalizzazione del pensiero è la tomba della democrazia.
Conferire prestigio e onore alla città non abbisogna di deliberazioni restrittive tese a limitare la comunicazione, o peggio ammanettare la protesta.
Guai se chi ha l’imprudenza di esercitare il dissenso subisce la censura, la criminalizzazione e non ancora il pestaggio.
Anzi, dopo i fatti del porto quel limite è stato pericolosamente superato.
Piuttosto, si tenga alta l’attenzione e la vigilanza contro soprusi, angherie e sopraffazioni.
Ché il confine tra spranghe e pistole è decisamente labile!
