17 Gennaio 2026
Sapri e la delibera bavaglio. Quando la tutela dell’immagine rischia di diventare censura

Quando la tutela dell’immagine rischia di diventare censura

di Gianfrancesco Caputo*

La delibera di giunta dal titolo altisonante “Tutela dell’immagine pubblica e istituzionale della città di Sapri” è un atto che, nelle intenzioni dell’amministrazione, vorrebbe “contrastare la crescente diffusione di contenuti mediatici lesivi dell’immagine della Città” e contestare notizie “non veicolate, non verificate, diffamatorie e calunniose” che danneggerebbero reputazione, economia locale e decoro istituzionale.

Tutto giusto, se non fosse che la storia ci insegna come simili provvedimenti siano spesso il preludio a derive ben più preoccupanti.

Il problema non è la tutela, ma il metodo, la tutela dell’onore e della reputazione – personale o istituzionale – non è certo una novità nell’ordinamento italiano.

Esistono già norme precise che regolano la materia: il codice penale punisce la diffamazione (art. 595 c.p.) e la calunnia (art. 368 c.p.), mentre il codice civile (art. 2043 c.c.) prevede il risarcimento del danno per chi cagiona un pregiudizio ingiusto.

In più, la legge sulla stampa (L. 8 febbraio 1948, n. 47) disciplina eventuali abusi dell’informazione. Dunque gli strumenti per difendere l’immagine della città e dei suoi amministratori esistono già, senza bisogno di aggiungere provvedimenti che rischiano di avere il sapore del bavaglio.

Una delibera di giunta –atto politico e non legislativo– che definisce cosa sia “lesivo” e cosa no, apre la porta a interpretazioni discrezionali.

E quando il giudice è la stessa amministrazione che si vuole “tutelare”, il rischio di intimidire il dissenso è evidente.

Il cittadino che critica la gestione di un’opera pubblica, il commerciante che protesta per le tasse locali, il residente che denuncia il degrado di un quartiere, tutti, potenzialmente, potrebbero finire sotto la lente dell’ente.

E anche se formalmente non si tratta di censura diretta, l’effetto psicologico è quello di una autocensura preventiva.

La sensazione diffusa tra i cittadini è che la delibera non serva davvero a difendere Sapri dalle _fake news_ , ma piuttosto a controllare la narrazione pubblica, soprattutto in un’epoca in cui social network e gruppi online amplificano il dissenso.

La reputazione di una città non si difende mettendo a tacere le critiche, ma affrontandole con trasparenza, rispondendo punto per punto, ammettendo gli errori e correggendoli. Altrimenti si finisce per fare la figura di chi, temendo lo specchio, preferisce rompere il vetro anziché guardarsi dentro.

 La delibera in questione appare più come un atto politico di difesa preventiva dell’amministrazione che come una reale misura per proteggere la città. La vera tutela dell’immagine passa da buona amministrazione, dialogo aperto e rispetto delle critiche, non da provvedimenti che rischiano di essere percepiti come intimidatori.

Perché la dignità di Sapri –e dei suoi cittadini– non ha bisogno di decreti per essere protetta, ci sono già le leggi, la Costituzione e, soprattutto, la forza della verità.

*Consigliere Nazionale Partito Socialista Italiano*

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