Sguardi sociologici 13 / Lavoro green e sviluppo del territorio

di Pasquale Martucci
Le nuove tendenze della società cambiano e di molto il mercato del lavoro, soprattutto in funzione di una transizione ecologica che richiede nuove figure professionali.
In Italia, secondo i dati statistici i lavoratori green sono più di tre milioni.
Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) definisce come economia verde quella che ha come obiettivo “un miglioramento del benessere umano e dell’equità sociale, riducendo significativamente i rischi ambientali e i deficit ecologici”.
La necessità principale è di tutelare la salute del pianeta ha messo in atto numerosi cambiamenti che conducono alla nascita di nuovi lavori “verdi”, un’opportunità di lavoro per tutti. Lavori che richiedono competenze nuove, per rispondere alle esigenze di un lavoro finalizzato alla riconversione sostenibile.
L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile ha individuato 17 obiettivi e 169 traguardi da raggiungere entro il 2030 per garantire una crescita equa, inclusiva e rispettosa dell’ambiente. I settori cui si indirizza sono quelli dell’energia rinnovabile, dell’efficienza energetica, della mobilità sostenibile, della gestione dei rifiuti, dell’agricoltura biologica, del turismo responsabile.
A tal proposito, sono state individuate una serie di figure professionali molto variegate ed in grado di affrontare le sfide del futuro, attraverso soluzioni per prevenire, affrontare e risolvere problemi ambientali: ingegnere ambientale; informatico ambientale; specialista in contabilità verde; energy manager; certificatore di qualità ambientale; esperto di marketing ambientale; travel designer; manager del riciclo; educatore ambientale; architetto del paesaggio; meccanico green; muratore green; promotore edile di materiali sostenibili; bioinformatico; finanziere sostenibile; idrologista; ricondizionatore tech; programmatore agricolo della filiera corta; giurista ambientale; chef sostenibile.

Le specializzazioni più richieste sono le lauree dedicate alla sostenibilità e riguardano i settori: economico-statistico; giuridico e politico-sociale; medico-sanitario; ingegneristico.
Oltre ad offrire opportunità di lavoro, i “green jobs” sono anche una scelta etica e responsabile, che contribuisce alla salvaguardia del pianeta e al benessere delle nuove generazioni. Infatti, la conservazione dell’ambiente non è più un aspetto secondario, ma inizia a essere l’obiettivo principale del nuovo mercato, indirizzato ad un’economia a impatto zero, anche grazie alla possibilità di sfruttare materiali biocompatibili ed energie rinnovabili.
Il tema della sostenibilità è da intendere come un nuovo concetto di lavoro in equilibrio con l’ambiente circostante. A livello di politica economica, la transizione verde comporta l’attuazione di riforme e di incentivi per la tutela delle risorse naturali e della salvaguardia del pianeta, attraverso il potenziamento delle infrastrutture per l’ambiente, la diffusione delle eco-tecnologie, la creazione di investimenti e l’eliminazione di sussidi dannosi per l’ambiente. Si tratta di adottare nuove politiche d’investimento in innovazione ed economia verde.
Suddividendo le imprese che investono green, lo sguardo si sofferma sull’industria e i servizi. L’industria si caratterizza prevalentemente in: public utilities (energia, gas, acqua, ambiente); industrie chimiche, farmaceutiche e petrolifere; costruzioni; industrie automobilistiche, attrezzature e dei mezzi di trasporto; industrie della gomma e delle materie plastiche. I servizi riguardano: trasporto, logistica e magazzinaggio; alloggio e ristorazione; turismo; sanità, assistenza sociale e servizi sanitari privati; istruzione e servizi formativi privati; servizi avanzati di supporto alle imprese.
Diventa importante l’attività di formazione, in quanto le imprese incontrano difficoltà di assunzione di “green jobs”, soprattutto a causa di competenze tecniche e “trasversali” che possono essere sviluppate solo attraverso una maggiore diffusione dei percorsi di alternanza tra scuola e lavoro. Vi è la necessità di una formazione specifica e di qualità, che segua modalità didattiche innovative e riguardi tutti i soggetti interessati, pubblici e privati. Essa dovrebbe agirebbe su: formazione manageriale; formazione di specifiche professionalità settoriali; assistenza e affiancamento allo sviluppo dei green jobs. Rimane, certo, il problema delle risorse economiche, che devono indirizzarsi a quegli strumenti finanziari di origine comunitaria.
Il secondo aspetto su cui intendo soffermarmi riguarda le aree protette che conoscono un crescente bisogno di mercato: turismo, prodotti locali, la cui soddisfazione è legata al superamento della contrapposizione fra conservazione e sviluppo indirizzandosi a quelle “pratiche” ed “iniziative” legate alla conservazione e gestione della natura, al turismo sostenibile, ai beni culturali, al sostegno e alla valorizzazione del settore agricolo, alla formazione e all’educazione ambientale, alla ricerca e, infine, alla progettazione e pianificazione edilizia. Da tempo, il ruolo delle aree protette è indicato nella conservazione della flora e della vegetazione, nella consapevolezza che la tendenza sia orientata a promuoverne la fruizione turistica, ma non consumistica.
L’agricoltura deve garantire la produzione di cibo oltre che di servizi per l’ambiente e la società, contribuendo allo sviluppo di altri settori che maggiormente agiscono nelle aree protette: dal turismo all’ambiente, dall’artigianato alla cultura. È in tale contesto che va letto il suo ruolo centrale di prodotti e servizi che rappresentano un valore aggiunto, “identitario e di appartenenza” di un territorio.
Si parlava di turismo, ovvero di un settore in forte crescita, che tuttavia deve essere ripensato in chiave non consumistica ma di fruizione culturale. Occorre sviluppare l’eccellenza del nostro Paese che dispone di risorse ragguardevoli se confrontate con quelle di altre parti del Mondo. È da incrementare, riqualificare e destagionalizzare i flussi turistici in un’ottica di sostenibilità; elaborare un modello per lo sviluppo di un prodotto turistico integrato dei parchi e delle aree marine protette; individuare una strategia di gestione integrata dell’offerta turistica e migliori le collaborazioni tra i diversi enti preposti alla conservazione della natura e tra questi e gli attori pubblici e privati dei relativi sistemi turistici.
Bisogna puntare alla qualità tanto dei servizi quanto dei prodotti. Si tratta di un modello che non deve restare chiuso al suo interno, ma rivolgersi ad un rapporto costruttivo indicato come “best practice in tema di green e crescita”. Diventa necessaria una riflessione sulle politiche di sostegno anche prevedendo incentivi mirati e, in particolare, allo start-up di imprese green e alla diffusione della green economy, nonché al sostegno della domanda di prodotti green (connettendo la qualità dei prodotti legata alla tracciabilità e all’origine dei territori al soddisfacimento dei bisogni di massa).
Centrale è il ruolo degli Enti e Istituzioni, in quanto i meccanismi di incentivazione, politiche locali e nazionali sono strumenti determinanti per la creazione di economia e di posti di lavoro. Serve, però, stimolare e incentivare un maggior raccordo e una maggiore azione di sistema tra Amministrazioni centrali ed Enti locali (in primo luogo le Regioni), nonché tra pubblico, privato e non profit. Azioni promosse dagli organismi governativi nella direzione di una nuova politica di conservazione della biodiversità possono anche consistere nella sua promozione delle attuali aree marginali, degradate e abbandonate.
