27 Febbraio 2024

Rondò – Tratto da “La mia terza cuccìa” di Pasquale Carelli

Rimasi dubbioso quando Rondò mi stese lo zufolo di canna. Eppure era mio; glielo avevo pagato col generoso cartoccio di tabacco, frutto di cento mozziconi scovati, contesi, sventrati: come dire, un tabacco di seconda bocca. Quanto lo avevo desiderato quello zufolo di canna stagionata, già quasi scheletrita come le gote e le mandibole di Rondò, il suo mirabile fattore. Di fresco e di giovane, il grezzo strumento, mostrava soltanto il triangolo di salice chiaro all’imboccatura. L’imboccatura, era quella il dubbio mio ed anche degli altri: come pensare che Rondò non avesse provato lo zufolo dopo averlo costruito? Anche se per qualche istante, ci aveva dovuto pur soffiare dentro: soffiato la sua antica malattia; una cosa di guerra, fatta di sputi densi e cavernosi.

Ma alla fine mi presi quello che gli avevo comprato col cartoccio di tabacco; me lo presi convinto che non avrei mai provato a suonarlo, non l’avrei mai imboccato, quello strumento; tutt’al più avrei scherzato a far saltare le dita sopra i buchi: a fare finta, insomma. Mi sarei ben guardato dal mischiare il mio fiato con quello del vecchio. Eppure, provavo una sorta di indefinibile invidia per quel soldato di guerra, della prima, quella che tutti chiamavano Grande.

Che le guerre fossero assurde e necessarie fu Rondò ad insegnarmelo, o meglio, ad insegnarcelo; perché il vecchio era ambito da tutti noialtri, sistemati alla meglio sul ballatoio della sua minuscola casa malconcia. Raccontava e sputava giù sul selciato, tra una battaglia e una bestemmia, ma si capiva che sotto i bronchi traditi conservava intatto un cuore ancora colmo di Patria: l’Italia, quella sua, valeva bene il catarro senza fine e pure la scheggia di granata nello stinco. Una volta ce lo mostrò, quell’altro suo ricordo di guerra: un marchio a metà gamba, una voragine scavata nella pelle, nella carne, che gli insidiava anche l’osso: noi ci chiedemmo come facesse a stare in piedi con tutto quel che gli mancava. Ma Rondò riusciva anche a zappare, finanche andare alla giornata coi padroni, e ancora guadagnarsi qualche lira, che gli bastava, tuttavia; perché lui non conosceva né sprechi né lussi: il solo vizio che teneva era il baratto del nostro tabacco per uno zufolo di canna che non avremmo mai suonato.

Mi chiedo ancora adesso dove Rondò trovasse quegli umori che gli facevano lucido lo sguardo quando ci parlava della guerra. Era secco, arido fin sopra la lingua: era duro e asciutto come le pietre del suo Carso. Io penso che succhiasse proprio da noialtri una sorta di linfa fanciulla: perché solo noialtri ascoltavamo la guerra di Rondò; gli uomini fatti ci scherzavano e persino gli ridevano appresso: loro non avevano caverne di schegge nascoste negli stinchi e nei ricordi.

Il Quattro Novembre arrivava sempre malinconico e uggioso; il monumento veniva lustrato nelle pietre e nei marmi, il lumino veniva acceso davanti alla lista dei morti, e il nastro tricolore abbracciava la corona di alloro.

Rondò si presentava con le medaglie sul petto e la tosse: la giacchetta gli faceva come uno spreco di stoffa intorno al torace avvizzito. Aveva consumato le nottate per mandare a memoria il suo discorso, fatto più di storie che di storia; ma ciò che importava era che il paese, quel giorno, avrebbe ascoltato la guerra, la sua.

Quell’anno, il Quattro Novembre arrivò troppo freddo e piovoso, come un nemico straniero; ma non per questo Rondò volle disertare l’annuale battaglia: il suo discorso fu anche più lungo del solito, scandito dalla pioggia che non smise un istante.

A chi parlava di prudenza, Rondò rispondeva: “Ma non è niente per chi si è fatto tre anni di guerra; questa, è acqua di pace, e la pace non fa male a nessuno se veramente è una pace…”

Ma si capiva che la sua era soltanto una scusa per non perdere l’appuntamento dell’anno.

E la pioggia della pace cadeva su tutto: sui marmi e sulle pietre, sulla corona e sulla lista dei morti caduti in battaglia: le spense il lumino davanti. Ma Rondò non finiva; indolente, lasciò che si inzuppassero i vestiti, e poi la pelle, le carni, finanche quell’osso che gli era rimasto allo stinco.

Il giorno appresso fu tutto di sole.

Si asciugarono le pietre, si asciugarono i marmi e la corona d’alloro; qualcuno riaccese il lumino.

Non si era mai vista così linda la lista dei morti caduti in battaglia, sembrava parlasse, sembrava chiamasse qualcuno; c’erano, in fondo, due dita di marmo non scritto: ci si poteva benissimo aggiungere un nome.

Bastò una spallata per aprire la porta.

Rondò era steso sul letto, ancora vestito, con le medaglie sul petto, ma senza la tosse.

Non mancò chi dicesse: “Pare proprio che dorma…”

Noi facemmo un bel gruppo dietro la bara. Ad un cenno, cavammo di tasca gli zufoli, e tutti insieme ci soffiammo una canzone di guerra: senza bravura, però anche senza più avere timori.   

Ricordo che ogni tanto, dal cielo velato, cadeva una goccia.

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